CoopUp Bologna, quarto incontro: MVP, testing e validazione

Il 12 dicembre si è tenuto il quarto appuntamento di CoopUP Bologna, il percorso di  formazione, incubazione e networking promosso da Confcooperative Bologna Kilowatt in collaborazione con Emil Banca e Irecoop Emilia Romagna: abbiamo parlato di Minimum Viable Product, Testing e Validazione.

Proviamo a riassumere quanto fatto fino a ora: una volta determinata la proposta di valore, con il business model e il piano dei conti è possibile definire la base delle ipotesi da testare per accedere al mercato; l’analisi benchmark permette di confrontare il progetto con i competitor diretti e indiretti ed eventualmente modificare la proposta di valore iniziale. A questo punto, è necessario testare il Minimun Viable Product, cioè il prodotto o servizio minimo funzionante: significa capire e sperimentare le caratteristiche chiave su cui si basa la proposta di valore di un prodotto/servizio, senza le quali il progetto non ha senso.

Per identificare il MVP  è necessario individuare e testare l’ipotesi di partenza del progetto, che spesso viene data – erroneamente – per scontata. Per esempio, se si lavora a un servizio di foodsharing, bisogna essere sicuri che i potenziali utenti siano disposti a fidarsi gli uni degli altri e a scambiare reciprocamente cibo. Bisogna partire dal presupposto che le buone ipotesi da testare sono quelle che possono “mettere in crisi” il nostro modello. Possono essere più di una e per ognuna va trovato il corretto modello di testing. Prototipare significa proprio creare una serie di azioni (spesso in confronto con i propri pubblici) che permettano di confermare le ipotesi più radicali del progetto.

Per individuare e definire percorsi di verifica delle ipotesi di partenza, abbiamo utilizzato uno strumento che proviene dal lean thinking, un metodo che nasce dall’osservazione del sistema produttivo della Toyota. Si basa sull’idea di miglioramento continuo e su due concetti chiave: il concetto di Genba, secondo il quale bisogna essere vicini a dove accadono le cose (per esempio, il touchpoint con l’utente), e il concetto di Muda, per il quale tutto quello che non è dedicato all’utenza è uno spreco; per minimizzare gli sprechi (alcuni dei quali, specie nelle prime fasi di vita di un’azienda, sono necessari), per ogni azione ipotizzata è necessario definire una metrica di valutazione misurabile.

Lo strumento che abbiamo usato si chiama action learning: uno tool di problem setting che serve a capire se l’ipotesi definita è un sintomo o una causa, cioè nasconde un altro problema di fondo. L’action learning prevede il coinvolgimento di più persone interne ed esterne al team di progetto; è un dialogo strutturato tra una persona che presenta un problema, un coach che dirige, alcuni intervistatori e uno o più osservatori esterni per arrivare definire meglio le ipotesi di partenza.

Non bisogna dimenticare che spesso le ipotesi da verificare sono delle premesse relazionali con il proprio target, per esempio stabilire un rapporto di fiducia, anziché bisogni da soddisfare.

Si passa poi alla fase di prototipazione e testing, che può essere fatta attraverso diversi strumenti:

  • Interviste, incontri con la propria community di riferimento per verificare e progettare insieme una parte del servizio.
  • Mechanical turk: questo tipo di test è molto utile perché lascia emergere elementi del prodotto/servizio che possono essere verificati solo nel momento in cui lo si prova realmente. Per fare un esempio: negli anni Settanta, IBM decise di introdurre il dattilografo vocale nei suoi uffici. Interpellati i dipendenti, tutti risposero immediatamente di sì, immaginando i vantaggi dell’avere una macchina che scrivesse al posto loro e sotto dettatura. L’azienda decise però di selezionare solo alcuni tra coloro che si erano detti interessati al servizio e far provare loro un finto prototipo (non era una macchina a scrivere, ma una persona). Dal test, emersero alcuni elementi non considerati inizialmente, per esempio il fatto che la dettatura potesse creare confusione e distrazione in ufficio, che determinarono un cambiamento di posizione nei tester e la decisione dell’azienda di bloccare il progetto.
  • Community driven co-design: gli utenti sono contemporaneamente fruitori e ideatori del servizio. Viene citato l’esempio di LABèCO, un progetto realizzato da Kilowatt con Coop Alleanza 3.0: per costruire un calendario di laboratori per bambini di educazione non formale, creativa ed esperienziale, sono stati coinvolti, attraverso una call, i genitori con l’obiettivo di creare una comunità da cui far emergere desideri e bisogni, con cui condividere esperienze e conoscenze. E’ il tipo di condivisione e relazione che si crea nella community che spinge a partecipare, non tanto il servizio o prodotto offerto.
  • Cultural probe: si tratta di una metodologia che consiste nel fornire a un gruppo di utenti selezionati un kit (comprendente di solito un diario, delle mappe, delle cartoline) da utilizzare nel momento di testing, così da raccogliere dati utili, anche emozionali, per la validazione del nostro prodotto.
  • Smoke test: una sorta di test preliminare per nicchie selezionate di utenti, particolarmente sensibili. Dropbox, per esempio, in fase di prototipazione, ha coinvolto utenti selezionati in specifici gruppi e forum online: in una notte ha ricevuto migliaia di mail di adesione.
  • Mockup: generalmente utilizzato per i sti web o le app, consiste nel realizzare una rappresentazione grafica delle sua struttura e della user experience per evitare, per esempio, passaggi o sezioni inutili.

L’ultimo passaggio è costituito dalla validation timeline: dopo aver definito le ipotesi di partenza e il MVP, devono essere stabilite delle azioni specifiche  e delle esperienze da far fare agli utenti che validino le ipotesi iniziali su cui si basa il progetto. Ognuna di queste azioni deve avere una metrica di riferimento e deve determinare degli ouput (risultati numerici) e degli outcome (risultati qualitativi del processo: cosa è stato appreso?). La validation timeline serve a definire e calendarizzare – di solito in un periodo di non più di 3-4 mesi – le azioni da fare per verificare e misurare le ipotesi.

[un esempio di validation timeline: il progetto Semìno di Kilowatt]

Concluderemo questa prima parte di CoopUP Bologna giovedì 20 dicembre dalle 18,00 alle 19,30 con il terzo appuntamento MrWolf, il format di problem setting collettivo del percorso CoopUP Bologna. MammaBox è la realtà del percorso che sarà sottoposta all’analisi di Brenda Benaglia [Cultural Anthropologist, Ph.D] e Irene Angelopolous [Work Wide Women], le due mentor scelte per l’occasione. Mammabox si propone di aiutare le neomamme ad affrontare un periodo particolarmente critico dal punto di vista fisico, emotivo ed organizzativo, con servizi domiciliari utili, personalizzati e confezionati in forma di regalo. Qui l’evento Facebook.

L’evento è aperto a tutti, senza obbligo di iscrizione.

Per informazioni scrivete a: coopupbo@confcooperative.it

Di seguito, le slide degli interventi.

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